ROMANZI DISTOPICI 4 • UCRONIE DISTOPICHE


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Questa è la quarta parte di una rassegna nella quale verranno proposti titoli riguardanti ucronie distopiche più o meno conosciuti pubblicati in italiano ed attualmente disponibili. Come molti sanno, ed altri meno, con il termine distopia, s’intende un’utopia negativa o un’anti-utopia, ciò significa che se l’utopia è un’immaginaria società o comunità di individui nella quale tutto è perfetto e le condizioni di vita dei suoi componenti sono le migliori che si possano desiderare, la disopia è il suo esatto opposto: una società ipotetica in cui le condizioni di vita della maggior parte dei suoi membri sono le peggiori che si possa pensare. Queste caratteristiche rendono la distopia il teatro perfetto dove ambientare storie che si pongono più o meno apertamente in critica verso tendenze e derive sociali che, in misura ovviamente minore, si percepiscono anche nella nostra società.

La condizione ipotetica necessaria allo sviluppo di una distopia pone le storie che trattano questa tematica all’interno del genere fantastico catalogandole come sottogenere della fantascienza in quanto molto spesso vengono rappresentate nel futuro; i libri distopici infatti possono denunciare il pericolo derivante dal tentativo di controllare le popolazioni mediante apparecchiature tecnologiche oppure manipolazioni genetiche, tuttavia non si fermano a questo, comprendendo nella fantascienza anche le scienze sociali, il controllo sulla popolazione di tali strutture sociali può realizzarsi anche in forme diverse e meno tecnologiche ovvero negando alcune delle libertà fondamentali dei paesi democratici o addirittura esasperando l’accesso a quelle libertà.

Il confine tra utopia e disopia è labile, e spesso la disopia rappresenta il tentativo di realizzare un’utopia mostrandone la sostanziale impossibilità di realizzazione pratica, riassunta nella frase di Paul Claudel: “Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno.”, in questo senso si può dire che la disopia rappresenta l’altra faccia dell’utopia.

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Ciò che contraddistingue i libri distopici quindi è di essere ambientati in un mondo, un luogo o in un epoca in cui esiste una società o una comunità di individui in cui l’autorità, con il pretesto di preservare determinati valori (morali, religiosi, politici, ecc…), controlla e sorveglia i propri cittadini con metodi repressivi. Potrà quindi essere presente un sistema gerarchico di classi sociali o caste nettamente distinte e separate, un rigido sistema di tabù e proibizioni, una propaganda e dei sistemi educativi volti all’imposizione di un pensiero ed uno stile di vita unico e al relativo abbandono dell’individualità e della libertà d’espressione in favore del conformismo dominante, la repressione di ogni dissenso e di ogni forma di anticonformismo con mezzi più o meno violenti.

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Questo specifico articolo è il primo di 5 articoli che cercheranno di dare una visione il più ampia possibile di questo sottogenere. Gli articoli di questo percorso di lettura saranno:

  1. ROMANZI DISTOPICI 1 • GLI ALBORI DEL GENERE DISTOPICO DAL 1907 AL 1960
  2. ROMANZI DISTOPICI 2 • I LIBRI DISTOPICI DAL 1960 AL 2018
  3. ROMANZI DISTOPICI 3 • DISTOPIE POST-APOCALITTICHE
  4. ROMANZI DISTOPICI 4 • UCRONIE DISTOPICHE
  5. ROMANZI DISTOPICI 5 • DISTOPIE YOUNG ADULT E PER RAGAZZI

I titoli delle opere sono ordinati in ordine cronologico.

– UCRONIE DISTOPICHE –

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IL RICHIAMO DEL CORNO (The Sound of His Horn, 1952) di Sarban

Il primo libro di questa quarta parte della rassegna di ucronie distopiche è ambientato in un futuro in cui il nazismo ha vinto la guerra e soggiogato il mondo trasformando delle aree di territorio in riserve di caccia dove vengono abbattuti esseri umani, si tratta de Il richiamo del corno di Sarban.

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Quando Alan Querdilion, un ufficiale della Marina britannica, si risveglia nel letto di uno strano ospedale sono passati centodue anni, il mondo non è più lo stesso e lui si ritrova imprigionato in un incubo. I nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale e regnano incontrastati. I prigionieri-schiavi vengono allevati e trasformati nella selvaggina di un feroce sovrano. Un terrore remoto e indicibile si impossessa lentamente di Alan: è “il terrore che si prova ad essere cacciati”. Qualcosa di notte si muove nella foresta e brama sangue. Lo sente avvicinarsi da lontano, preceduto dal suono di un corno. Sono note isolate, appena avvertibili, separate da lunghi intervalli, “ognuna così solitaria nel buio e nel silenzio assoluto, come un’unica vela su un vasto oceano”. Poco dopo la fine della guerra, e ben prima che il genere distopico infuriasse fra i lettori di tutto il mondo, un diplomatico inglese estremamente discreto, che passava da una sede all’altra del Medio Oriente, scriveva questo piccolo romanzo, che fa pensare a un racconto di Wells, e dove all’immagine di un futuro alternativo governato dai nazisti si sovrappone ben presto la terrificante visione di un mondo capovolto e arcaico, regolato dalla caccia fine a se stessa. Ossessione ricorrente da varie migliaia di anni fino a oggi, e forse oggi più che mai.

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LA SVASTICA SUL SOLE (The Man in the High Castle, 1962) di Philip K. Dick

Inutile dire quanto l’orrore nazista abbia ispirato ucronie e distopie, in questa terza parte della rassegna di ucronie distopiche troviamo un altro libro ambientato in un futuro in cui le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartite il mondo, parliamo de la svastica sul sole di Phili K. Dick.

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Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l’intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati… Postfazione di Luigi Bruti Liberati.

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FATHERLAND (Fatherland, 1992) di Robert Harris

Tra le ucronie distopiche a tema nazismo, troviamo un altro libro in cui il nazismo ha vinto la seconda guerra mondiale ma è un nazismo che dovrà fare i conti con la sua memoria, parliamo di Fatherland di Robert Harris.

Nel 1964 Berlino è la capitale di un impero che si estende dal Reno agli Urali. Il presidente degli Stati Uniti decide di recarsi in Germania per trattare con Hitler, ormai settantacinquenne e sempre al comando. Ma alla vigilia dell’incontro un gerarca nazista muore misteriosamente. Dalle indagini sul caso affidate a Xavier March, brillante investigatore berlinese, emerge il vivido ritratto di una società corrotta e scontenta, di un potere ancora forte, ma totalmente destinato alla disgregazione. Un thriller fantapolitico raggelante e grandioso. Un romanzo eccitante nato da un’ipotesi storica che fu sul punto di avverarsi e di cambiare il destino del mondo.

 

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COMPLOTTO CONTRO L’AMERICA (The Plot Against America, 2004) di Philip Roth

E nella nostra rassegna di ucronie distopiche, incontriamo anche Philip Roth che con il suo Complotto contro l’America ipotizza una storia alternativa in cui l’elezione di Lindbergh dà vita a degli Stati Uniti filonazisti e antisemiti.

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Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.

 

 

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 LA FERROVIA SOTTERRANEA (The Underground Railroad 2016) di Colson Whitehead.

Tra le ucronie distopiche ritroviamo ora il primo Premio Pulitzer: Colson Whitehead che con il suo La ferrovia sotterranea ipotizza una sorta di storia alternativa in cui una fantastica ferrovia sotterranea attraversa gli stati del Sud degli Stati Uniti in un viaggio tra gli orrori più spietati dello schiavismo.

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Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento, la giovane schiava nera Cora decide di tentare la fuga dalla piantagione di cotone in cui vive in condizioni disumane, e insieme all’amico Caesar comincia un arduo viaggio verso il Nord e la libertà. Servendosi di una misteriosa ferrovia sotterranea, Cora fa tappa in vari stati del Sud dove la persecuzione dei neri prende forme diverse e altrettanto raccapriccianti. Aiutata da improbabili alleati e inseguita da uno spietato cacciatore di taglie, riuscirà a guadagnarsi la salvezza? Grazie all’invenzione fantastica di una «ferrovia sotterranea», Colson Whitehead dà forma concreta all’espressione con cui si indica, nella storia degli Stati Uniti, la rete clandestina di abolizionisti che aiutavano gli schiavi nella loro fuga.

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